RIFORMA, 2 ottobre 2017 – Le frontiere mobili viste da Palermo – RASSEGNA STAMPA

di Marco Magnano

Mentre il confine meridionale d’Europa si sposta sempre più a sud, è importante trovare modi sempre diversi di raccontare, testimoniare e agire sul fenomeno delle migrazioni

Le migrazioni non consentono risposte rapide e semplici, perché complesse sono le domande che pone. Questa affermazione, evidente ma non scontata, segna una delle linee conduttrici del convegno internazionale Vivere e testimoniare la frontiera, in corso a Palermo dal 30 settembre al 2 ottobre e organizzato da Mediterranean Hope, il progetto della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia impegnato da anni sulle frontiere, geografiche e politiche, interessate dal fenomeno migratorio. «Il programma rifugiati e migranti – ha raccontato Luca Maria Negro, presidente della Fcei – ha una storia antica, ma che nella sua forma attuale, quella di Mediterranean Hope non è nato a Roma, bensì proprio in Sicilia, a Lampedusa, con l’apertura nel 2014 di un osservatorio sulle migrazioni, che voleva portare all’attenzione delle chiese sorelle questa emergenza».

Pochi sono gli elementi lasciati al caso: non lo sono le date, innanzitutto, visto che la giornata del 3 ottobre sarà dedicata alla memoria. A Lampedusa si svolgerà la commemorazione del quarto anniversario della strage del 2013, nella quale centinaia di persone morirono nel Mediterraneo, un fatto che ha segnato un punto di svolta nella percezione delle migrazioni mediterranee, almeno in seno alle Chiese, ma che, vista oggi, non è riuscita fino a in fondo a mettere l’Europa di fronte al proprio fallimento in termini di valori.

Neppure i luoghi del convegno sono causali: il centro diaconale La Noce, attivo da anni in politiche di accoglienza, e Villa Niscemi, tra le sedi delle attività istituzionali dell’amministrazione comunale di Palermo, una città che, proprio secondo la direttrice del centro La Noce, Anna Ponente, «ha abolito le sue frontiere fisiche e mentali». Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ha voluto portare il suo saluto nella giornata di domenica. Nel suo intervento, Orlando ha affermato che «I migranti sono una sorta di messa in mora nella coscienza dei popoli del mondo, un richiamo forte al rispetto della persona umana. Quando qualche giornalista – racconta Orlando – mi chiede quanti migranti ci sono a Palermo, io rispondo “nessuno”. Chi arriva a Palermo diventa palermitano. Credo che la mobilità internazionale sia la più grande speranza di futuro della società di oggi, per questo nella Carta di Palermo abbiamo proposto di abolire il permesso di soggiorno. Non il passaporto, perché quello è la mia identità, ricorda che io sono persona, ma il permesso di soggiorno, che è una nuova schiavitù, una nuova pena di morte».

Durante le tre giornate di incontri, riflessioni e discussioni, il tentativo è quello di declinare i concetti di migrazione, frontiera e accoglienza senza la presunzione di avere tutte le risposte, ma secondo il principio per cui, condividendo le domande, la complessità possa almeno essere affrontata. «La frontiera è mobile – racconta Alberto Mallardo, operatore di Mediterranean Hope che ha presieduto uno dei gruppi di lavoro creati nel pomeriggio di domenica 1 ottobre – e quindi si pongono tanti interrogativi sul capire come si risponde a un confine che si è spostato più a sud, in luoghi come la Libia e il Niger, dove la presenza delle comunità cristiane non è la stessa dell’Italia». Le parole emerse durante queste riflessioni rimandano a una dimensione di flessibilità che deve saper essere non solo reattiva, ma profetica. «Significa – prosegue Mallardo – cambiare i nostri interventi sulla frontiera ogniqualvolta la frontiera cambia, non essere passivi di fronte ai problemi ma cercare di affrontarli ogni volta in maniera nuova. Questo però si può fare soltanto rimanendo uniti, lavorando insieme su un livello regionale internazionale, perché tutte le organizzazioni vivono problemi molto simili e affrontiamo queste difficoltà molto spesso da soli. Rafforzando il nostro lavoro insieme invece possiamo trovare nuove soluzioni».

Non è mancato in questi giorni lo spazio per una riflessione sui corridoi umanitari portati avanti dalla Fcei, dalla Tavola valdese e dalla Comunità di Sant’Egidio e che a fine ottobre raggiungeranno la quota prevista di 1000 persone portate legalmente in Italia. Luciano Griso, medico in Libano per Mediterranean Hope, ha ricordato che i corridoi hanno portato in Italia lo stesso numero di persone che i governi di 15 Paesi europei, complessivamente, hanno accolto tramite il resettlement. «Noi – ha spiegato – abbiamo dimostrato che riaprire canali legali e sicuri di migrazione è fattibile da un’organizzazione privata come la nostra, e quindi a maggior ragione sarebbe fattibile da organizzazioni governative».

A questo proposito, Cesare Zucconi, segretario generale della Comunità di Sant’Egidio, ha parlato di «un’avventura ecumenica di cui essere orgogliosi. Davanti alle migrazioni e a una politica dei muri e della paura – ha concluso – in quanto cristiani abbiamo il compito e la vocazione di promuovere una cultura diversa».

Immagine di Gaelle Courtens

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